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La preparazione del file per la stampa

Preparazione dei file per la stampa

Per capire cosa occorre e come preparare i file per la stampa e` necessario capire prima alcune premesse.

Cosa e` un file
I file fotografici sono file in formato bitmap, ovvero rappresentano una griglia di pixel e ad ogni singolo pixel e` associata una tripletta di numeri che rappresentano il valore delle singole componenti RGB. Se si lavora in CMYK (cosa che al momento e` prerogativa della stampa offset o digital offset, in quanto le stampanti inkjet, benche` a sisntesi sottrattiva hanno driver che simulano il sitema addittivo RGB) ovviamente si avranno 4 numeri, uno per ogni colore.

Per capire cosa e` un file si deve capire prima cosa e` un bit e come viene usato per descrivere delle immagini fotografiche.

Una maglietta comprata al MIT, che mi diverto a indossare per i corsi di introduzione al digitale recita: “Il mondo si divide in 10, quelli che capiscono il codice binario e quelli che no”.
Per capire la battuta serve sapere cosa sia il codice binario.

Noi siamo abituati al sistema decimale, usiamo cifre che vanno da 0 a 9 e posizioni che rappresentano decine, centinaia, migliaia e cosi` via.
Il sistema binario e` molto piu` semplice da usare in elettronica, perche` rappresenta un “interrutore” in cui o c’e` o non c’e` corrente. Il bit e` appunto un qualcosa che puo` avere valore 0 o 1 (acceso – spento).

Una semplice tabellina fa capire come funziona il conto quando abbiamo a disposizione solo due cifre, 0 e 1, per rappresentare i numeri. La posizione, che nel decimale mi rappresenta 10^P (dove P e` il numero di posizione partendo a contare da zero e da destra) nel binario mi rappresenta 2^P.
Per cui se nel decimale la posizione mi rappresenta unita`, decine, centinaia, migliaia, etc. nel binario abiamo 1, 2, 4, 8, 16, 32, etc.

 

Codice Binario

Codice Binario

 

Vediamo che con 8 bit, ovvero un byte si possono rappresentare 256 valori, da 0 a 255.

Capire cosa sia un bit e` essenziale per capire come la conversione da valori continui e analogici, presenti nel soggetto, ai valori digitali del nostro file possa essere fatta. Senza entrare nel dettaglio vediamo che, se abbiamo un valore continuo di luminosita` e dobbiamo tradurlo in valori numerici, ci troveremo con una scala a gradini, tanto piu` piccoli quanti piu` sono i numeri che abbiamo a disposizione, in digitale i bit, che equivalgono al numero di gradini rappresentabili.

 

Conversione analogico/digitale

Conversione analogico/digitale

 

Se abbiamo a disposizione solo un bit, ci troveremo ad avere solo due valori, bianco o nero. Con 4 bit potremo rappresentare 16 gradini, ovvero 16 sfumature di grigio, con 8 bit 256 e con 16 bit 65536.

 

1 Bit

1 Bit

 

4 Bit

4 Bit

 

8 Bit

8 Bit

 

Le moderne macchine fotografiche hanno normalmente un sensore che ragiona a 14 bit. Per cui se usate per l’elaborazione gli 8 bit al posto dei 16 perderete una immensita` di gradini, o meglio sfumature, che la vostra fotocamera cattura.

Adesso che sappiamo cosa sono i bit si puo` dire che la tripletta RGB rappresenta il valore numerico delle diverse sfumature dei colori Rosso, Verde e Blu, che mischiati insieme formano il colore del singolo pixel specifico per la periferica usata. Ovviamente i valori RGB saranno rappresentati da un byte se ragionate ad 8 bit e da un doppio byte se ragionate a 16 bit e avranno 256 sfumature nel primo caso e 65536 nel secondo.

Essendo un sensore composto da una matrice di pixel sensibili, avremmo un file di dimensione in byte = NumeroPixel * 3 (uno ogni canale RGB) * BytePerPixel

Da questo si impara la prima regola ovvero, se non si deve proprio per questioni di spazio, sempre mantenere i 16 bit in modo da avere le maggiori sfumature possibili.
Adesso che abbiamo la base per capire cosa e` un file possiamo vedere come questi si applica alla gestione del colore.

 

Gestire il colore.

I fotografi erano abituati con la fotografia analogica, nella quale i colori dipendevano quasi esclusivamente dalla pellicola, specialmente in diapositiva, e si potevano effettuare alcune correzioni in stampa per i negativi. Ma l’uniformità dei colori e la presenza o assenza di dominanti erano più che altro caratteristiche intrinseche delle pellicole e quasi nulla poteva fare il fotografo. Inoltre le tecnologie di stampa ed i supporti disponibili erano limitati.
Con l’avvento del digitale, il numero di tecnologie, supporti e prodotti per la fotografia  è aumentato enormemente e questo ha richiesto di trovare un modo oggettivo per ottenere dei colori uniformi con le diverse tecnologie.

Ogni strumento ha oltretutto una sua particolare risposta al colore. Per capire cosa voglia dire gestire i colori, basta entrare in un qualsiasi grande magazzino dell’elettronica e fare un giro al reparto televisori. Centinaia di televisori diversi che proiettano le stesse immagini, e di solito non ce n’è uno che abbia gli stessi colori degli altri. Allo stesso modo si comportano i nostri monitor dei computer e le periferiche di input e output usate.

Per risolvere il problema della gestione dei colori è nato l’ICC, ovvero l’International Color Consortium, che ha creato degli standard e dato vita ai famosi profili colore .icc, che chiunque si dedichi alla fotografia digitale usa ogni giorno.

In fotografia si vuole essere sicuri che i colori ripresi dalla fotocamera siano mantenuti e visualizzati dal monitor su cui si valutano e correggono le immagini e che siano poi stampati in modo ottimale e senza variazioni, sia che stampiate in proprio o che inviate le vostre immagini ad un laboratorio.

I profili colore servono proprio a risolvere i problemi di gestione di un flusso di lavoro cromaticamente coerente.

Per capire i profili dobbiamo introdurre un metodo di descrizione colori che non sia dipendente dalla periferica come il RGB o CMYK.

Questo metodo è il Lab. Meno conosciuto perché non è utilizzato fisicamente da nessuna periferica, ha una sua importanza, che vedremo successivamente in dettaglio, per la conversione dei profili.
Lo spazio colore Lab è l’unico che descrive in modo oggettivo i colori come vengono percepiti dall’essere umano.
Lo spazio CIE Lab è stato inventato dalla CIE (Commission Internationale de l’Eclairage) e usa tre coordinate per definire ogni colore percepibile dall’occhio umano. L è la luminosità e a e b sono rispettivamente la colorazione rosso/verde e blu/giallo.
Sul sito della CIE si trovano tutti i dettagli riguardo questo spazio colore, ma quello che qui conta è capire che è uno spazio indipendente dalla periferica usata e crea una descrizione percettiva del colore.

 

Metodo colore Lab

Metodo colore Lab

 

Qualche anno addietro ho trovato su Internet una metafora che spiega, con un semplice toast, il significato dei profili colore. Non ho più trovato l’autore originario e quindi mi scuso se non lo cito, ma la ricerca del nome non ha portato a nessun risultato.

 

Un toast perfetto.

Il signor Mario Rossi va al supermercato e compra un tostapane nuovo. Quando arriva a casa, lo spacchetta e si mette a sperimentare con i toast. Dopo poche prove e leggendo il manuale, scopre che posizionando il regolatore del suo tostapane sul 3 ottiene un magnifico toast con perfetta doratura.

A questo punto, felice della bontà del risultato, chiama al telefono la sua amica Maria Bianchi e le racconta la sua avventura. Maria per combinazione ha anche appena comprato un tostapane nuovo, ma ancora non ha avuto modo di sperimentarlo.
Contenta di poter usufruire dell’esperienza di Mario, accende il suo tostapane e lo regola sul 3 trovandosi un toast quasi completamente crudo.
Maria fa le sue prove e si rende conto che i risultati del suo tostapane sono completamente diversi da quelli di Mario.

Inizia così una discussione telefonica tra Mario e Maria su come debba essere cucinato un toast perfetto. Maria sostiene che il tostapane vada a 6, Mario a 3 e continuano a discutere per ore fino a che non decidono di incontrarsi e si rendono conto che:

  • I tostapane non sono uguali e non hanno la stessa regolazione; quello di Mario ha una scala che va da 0 a 7, quello di Maria da 0 a 14.
  • Non hanno definito cosa per loro è il toast perfetto.

Per risolvere il problema, decidono di creare una tabella di esempio di toast dal crudo al bruciato e dare una definizione percettiva per ogni grado di cottura, in modo da poter comunicare esattamente la cottura del toast desiderata, e per comodità associano un numero ai vari gradi di cottura, che vanno dal toast completamente crudo a quello completamente bruciato.

Ma la tabella descrittiva da sola non basta, quindi creano una tabella di conversione che associa i valori di regolazione dei tostapane con i valori della tabella percettiva e fa capire che il toast perfetto, numero 4 nella tabella campione percettiva, corrisponde al 3 sul tostapane di Mario e al 6 su quello di Maria.

Hanno così inventato il profilo ICC dei loro tostapane! Quando vorranno cuocere un toast allo stesso modo, basterà che, oltre al valore usato sul regolatore, si comunicheranno anche la tabella di conversione tra quella oggettiva ed il proprio tostapane e il gioco è fatto.

 

Un toast cromaticamente corretto

Un toast cromaticamente corretto

 

Mario e Maria avrebbero potuto fare una tabella di conversione diretta tra i valori dei propri tostapane senza passare dalla tabella percettiva, ma il risultato non sarebbe stato universale. In questo modo, se dovranno comunicare anche con l’amico Giobatta, basterà che Giobatta crei una tabella del suo tostapane riferita alla tabella percettiva e potrà comunicare con entrambi senza dover creare due conversioni diverse per ognuno.

In fotografia, la tabella descrittiva e` il Lab, e i profili ICC sono le tabelle che convertono dallo spazio specifico della nostra periferica a quello descrittivo Lab.

Ovviamente le cose diventano un po’ più complicate quando si parla di milioni di colori e periferiche che usano tecnologie diverse; un tostapane con la griglia a quadretti non farà mai un toast grigliato a righe. Ma il principio funziona bene e mai come ora è stato facile gestire i colori ed ottenerli uniformi su differenti periferiche e supporti di stampa.

La cosa piu` importante e` quindi che i nostri strumenti siano calibrati e proofilati.

Come detto precedentemente, una visita in un negozio di televisori può essere molto utile per capire la gestione dei colori. I televisori esposti mostrano le stesse immagini in modo diverso, alcuni con evidenti dominanti di colore altri semplicemente con alcune differenze in alcuni specifici colori.

La cosa più importante quando si parla di flusso per la gestione del colore, è fare sì che le nostre periferiche siano calibrate sugli stessi parametri. La calibrazione consiste nell’individuare uno standard e regolare la periferica per mostrare colori corretti secondo lo standard scelto. I parametri che si regolano sono il punto di bianco ed il contrasto.
Il punto di bianco si regola sia come luminosità, che come dominante colore. Esistono standard per regolare la temperatura di luce. Solitamente per la stampa fotografica si usa il D65, ovvero 6500 gradi Kelvin o il D55, ovvero 5500 gradi Kelvin.

Per il fotografo la calibrazione più importante è quella del monitor, in modo da poter avere una prova “virtuale” (Softproof) a monitor di quello che verrà visualizzato sulla carta. Per la stampa tipografica il target è il D55, mentre per la stampa fotografica si dibatte se usare il D55 o il D65. I o personalmente ho fatto l’occhio per usare sempre il D55, ma alcune persone trovano più realistico il D65. L’ideale sarebbe sapere sempre quale punto di bianco viene usato da chi stampa le fotografie.
Per cui se vi rivolgete ad un laboratorio chiedete quale standard usano e quale luminosita` di monitor usano.

Per calibrare il monitor si usano dei colorimetri, o meglio spettrofotometri, che misurano fisicamente i parametri del monitor e permettono di regolarne la luminosità, il contrasto e la temperatura colore in modo preciso.

Una volta che la calibrazione è effettuata, ci si dedica alla creazione di un profilo specifico. Con lo stesso colorimetro si misurano una serie di colori, che vengono comparati con i valori teorici che dovrebbero avere, e viene creata una tabella di conversione (il profilo ICC) che permette di correggere eventuali caratteristiche particolari nella resa dei colori.
La profilatura è un metodo semplice, una volta acquistato un apposito colorimetro basta appoggiarlo sul monitor e seguire le istruzioni del programma e in pochi minuti si ottiene un monitor in grado di rappresentare i colori in modo corretto.
Allo stesso modo, e con gli stessi strumenti, si possono creare profili specifici per ogni accoppiata carta/inchiostro/stampante.

Ovviamente ogni periferica ha caratteristiche diverse e quindi non è in grado di rappresentare tutti i colori visibili all’occhio umano, ma una sua porzione. Lo spazio colore dipende nei casi del monitor, dalla qualità dello schermo e, nei casi delle stampanti, oltre che dalla qualità della stampante stessa, dagli inchiostri scelti e dal tipo di supporto su cui si stampa.

I fotografi spesso spendono barche di soldi in macchine fotografiche ed obiettivi, ma poi fanno gli spilorci sul monitor. Questo, avendo a che fare col digitale, e` il piu` grande errore. Il monitor e` l’unico modo in cui potete visualizzare ed elaborare i vostri file. Un monitor economico e con uno spazio colori rappresentabile limitato, non vi fara` mai ottenere risultati decenti.

Si devono investire soldi in un monitor di fascia professionale quali gli Eizo ColoEdge o simili, e comprare i migliori strumenti di calibrazione, se non sono gia` inclusi nel monitor come nel caso di Eizo.

Se confrontate vari spazi colore vi rendete conto delle differenze.

 

Spazi colore a confronto

Spazi colore a confronto

 

Un monitor professionale riesce a rappresentare lo spazio Adobe RGB. Monitor generici quali gli Apple o quelli forniti con i computer di solito si limitano ad uno spazio simile allo sRGB, che e` decisamente limitato.

Da questo si vede anche che se non volete perdere colori, quando fate la conversione da RAW a Tiff (se parlate di scattare in Jpg divento violento…), dovete mantenere uno spazio colori il piu` largo possibile, ovvero AdobeRGB o ProPhoto.

Il ProPhoto ha il vantaggio di includere qualsiasi altro spazio, ma lo svantaggio di non essere visualizzabile a monitor, per cui per iniziare l’AdobeRGB e` abbastanza e consiglio il ProPhoto solo per chi stampa in proprio ed e` a livello avanzato.

Preparare il file per la stampa.

Di conseguenza alle premesse, preparare un file per la stampa significa mantenere un processo icc corretto dallo scatto fino alla stampa. Per fare questo ci sono alcuni passi fondamentali.

Usare  un software di conversione RAW che gestisca un profilo per la macchina fotografica.

Questo puo` essere fatto con CaprureOne della PhaseOne, che permette in modo nativo di partire da una gestione colore corretta fin dal primo passo. 
Altri sofrtware, anche piu` famosi usano il ProPhoto proprio perche` non sono in grado di gestire una profilatura ad hoc per la fotocamera. Hanno la possibilita` di creare dei settaggi per ottimizzare i parametri ma questo ancora non e` un profilo nativo.
CaptureOne ha profili per moltissimi modelli di fotocamere, e potete provarlo gratuitamente per sessanta giorni. Vi accorgerete che serviranno molti meno ritocchi ed elaborazioni per ottenere le cromie che avevate visto al momento della ripresa. Quando volete comprarlo basta usare il codice AMBBARBANO durante l’acqisto sul sito www.phaseone.com e otterrete un 10% di sconto extra.

Avere un monitor professionale che permette di vedere cosa state facendo, e che sia calibrato e profilato. Senza questo vuole dire lavorare a casaccio. Immaginate di dover mandare una fotografia a colori a stampare ed averla elaborata su un monitor bianconero, o peggio a fosfori verdi. E` impossibile ottenere un risultato corretto.
Chiedere al laboratorio di fiducia che parametri usa, ovvero lo standard D55 o D65 e la luminosita` del monitor. Se il vostro monitor e` troppo luminoso tutte le stampe vi sembreranno scure (suona familiare?).

Chiedere al laboratorio quale profilo usare per l’output. Puo` essere un profilo di lavoro standard come l’AdobeRGB o sRGB o il profilo specifico per la carta/stampante/inchiostro che il laboratorio usera`.
L’ultima opzione e` ottimale, anche perche` permette di fare un soft proof in Photoshop (o altri programmi di elaborazione immagine) e simulare il risultato che si otterra` sulla carta. Inoltre si potranno fare correzioni cromaticche specifiche per i limiti del supporto di stampa.
Inviare quindi il file convertito nel profilo richiesto.

Ovviamente la conversione al profilo di stampa non e` un passagio da sottovalutare. Gli spazi colore delle stampnti sono molto diversi per forma, e quindi colori rappresentabili, da quelli di ripresa, per cui la conversione va fatta con cura ed utilizzando il metodo piu` adatto per l’immagine (in fotografia si usano il metodo colorimetrico relativo o percettivo, a seconda dei soggetti e dell’importanza della correttezza cromatica).

Per chi volesse approfondire l;argomento, sia che stampi in proprio, sia che invii i propri file ad un laboratorio fine art, consiglio l’acquisto e lettura (come la palestra, non basta iscriversi per far scendere la pancia… ci provo sempre ma non basta, mannaggia!) del mio libro “La stampa fine art a getto di inchiostro” che spiega in dettaglio le basi teoriche e le procedure pratiche.

Ogni laboratorio ha le sue specifiche e le sue preferenze, e` essenziale avere un dialogo con chi stampa in modo da sapere quali parametri preferiscono per il loro flusso di lavoro.

 

Luigi Barbano

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